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Archive for the ‘omofobia’ Category

omosessuali e laicità: le novità di papa francesco

Posted by innocenso su 08/08/2013

gays-in-church

Un ottimo articolo del grande giurista Gustavo Zagrebelsky

Gay, il Papa parla come il Vangelo

Tra i fatti e i detti mirabili di questo  nuovo Papa, due dichiarazioni meritano di essere riprese, alla ricerca della loro portata e del loro senso prospettico. La prima è stata ripetutamente commentata, anche se in una versione amputata di una parte importante, ed è la risposta data a una domanda sull’omosessualità: «se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?». La seconda sembra essere rimasta in ombra, anche se l’intero discorso in cui è inserita si trova pubblicato sul sito ufficiale della Santa Sede. Si tratta del richiamo fatto, rivolgendosi ai dirigenti del Brasile, alla laicità dello Stato: «E’ impossibile immaginare un futuro per la società senza un forte contributo di energie morali in una democrazia che rimanga chiusa nella pura logica o nel mero equilibrio di rappresentanza di interessi costituiti. Considero come fondamentale in questo dialogo il contributo delle grandi tradizioni religiose, che svolgono un fecondo ruolo di lievito della vita sociale e di animazione della democrazia.
Favorevole alla pacifica convivenza tra religioni diverse è la laicità dello Stato, che, senza assumere come propria nessuna posizione confessionale, rispetta e valorizza la presenza della dimensione religiosa nella società, favorendone le sue espressioni più concrete».
V’è un nesso tra ciò che ha detto il Papa nell’una e nell’altra occasione. La sua risposta sull’omosessualità non può essere intesa legandola al solo tema occasionale. Essa riguarda anche la «ricerca del Signore» e la «buona volontà», se non nel loro contenuto, almeno nelle loro modalità. E il Papa non impone, non giudica e invece rispetta.
Come non vedere una novità, rispetto alle verità dichiarate e assolute, spesso in forma di anatema?
Come non interrogarsi sulle conseguenze generali? Senza giudizio definitivo e imposto dall’alto, i convincimenti diversi e le opinioni si confrontano nel dialogo, cercano composizione, attendono e concedono. E il confronto, almeno sul piano
della convivenza e fatti salvi i presupposti di ciascuno, arricchisce e corregge gli uni e gli altri.
E qui interviene il valore che il Papa attribuisce alla laicità dello Stato, che non deve prendere alcuna posizione confessionale mostrando di preferire l’una o l’altra religione o confessione. Si tratta di affermazioni in sintonia con i principi europei di democrazia e rispetto dei diritti umani individuali: lo Stato deve essere organizzatore neutro della convivenza pacifica delle varie religioni e astenersi dal manifestare preferenze.
Questa neutralità riguarda e rispetta la libertà di tutti nelle scelte filosofiche e religiose, quella di chi crede come quella di chi non crede. Le scelte confessionali da parte degli Stati hanno forme molteplici e diverse: dal mantenimento di chiese di Stato, come quella britannica odi diversi Paesi nord-europei, all’ostentata preferenza per una confessione religiosa in momenti simbolici pubblici, alla soggezione manifesta alle indicazioni di quella confessione religiosa nelle scelte politiche.
Tutto ciò è incompatibile con la laicità dello Stato, rende difficile la presenza della dimensione religiosa nello spazio pubblico e la valorizzazione delle sue espressioni concrete. Donde, anche in Italia, lo scontro tra chi la contrasta, negandone la stessa legittimità e riducendola alla sola area privata, e chi da parte opposta pretende di imporre le proprie scelte religiose nelle decisioni politiche dello Stato.
Frutto di chiusura pregiudiziale da parte laica e di trinceramento rassicurante da parte cattolica tradizionalista, si è assistito all’immediata banalizzazione delle affermazioni del Papa: nessuna novità, tutto come prima e come sempre! Solo un cambiamento di stile comunicativo. Gli uni e gli altri non pronti a inoltrarsi nel mare aperto del confronto, impauriti della nuova possibilità necessità di dialogo.
E’ ovvio che il Papa si esprima in una linea di continuità rispetto ai suoi predecessori, ai documenti della Chiesa e alla sua tradizione. Non sarebbe immaginabile una rottura da parte dì chi ha assunto la responsabilità di guidare un’istituzione
come la Chiesa millenaria, globale, complessa, profondamente variegata al suo interno.
Ma il Papa risale alle origini fondamentali e parla come il Vangelo: la nuova apertura ne è la conseguenza.
I segni sono forti e sarebbe irresponsabile non coglierli, impedendone il benefico effetto nella ricerca di soluzioni per i temi etici di società sensibili: anche quelli che vengono chiamati «divisivi», per suggerire che non sarebbero affrontabili senza scontro, trionfo degli uni e sconfitta degli altri.
Quando il Papa richiama gli Stati laici a lasciar spazio alla dimensione religiosa nella società senza immischiarsi e a «favorirne le espressioni più concrete», il pensiero corre agli straordinari esempi di generosità ed efficacia, nell’azione concreta di difesa sul terreno dei diritti dei più deboli, da parte di tante organizzazioni religiose, in Italia particolarmente cattoliche, insieme a quelle laiche e a quelle in cui l’azione comune prescinde dalle appartenenze. Su quel terreno a quel decisivo livello molte contrapposizioni e rigidezze dogmatiche si attenuano e interessano meno. Ampie condivisioni di valori, almeno nei loro riflessi sui problemi concreti, attraversano i confini identitari.

Fonte: La Stampa, 7/8/2013

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Mussolini redivivo

Posted by innocenso su 25/05/2011

Cari amici,
dopo la vile aggressione ai danni dell’on Paola Concia e della sua compagna, vi invito a considerare l’acuta riflessione di un lettore di Europa apparsa il 23/04 scorso e la risposta del direttore. Spero che la rivolta auspicata dal sig Lusi venga presa sul serio da ogni persona libera e giusta. Perchè fa più paura l’indifferenza dei giusti che l’ingiustizia degli ingiusti.

Costituzione e omofobia, lo stesso delirio machista
Cara Europa, è tornato Mussolini. Da Palazzo Chigi alla piazza, è tutto un insulto alle leggi, alle istituzioni, alle donne, ai diversi. L’aggressione all’onorevole Paola Concia e alla sua compagna tedesca, vicino a Montecitorio, fa rabbrividire quanto l’aggressione ai pm milanesi da parte di un oscuro ventriloquo di Berlusconi, o quanto la proposta di sabotaggio dell’articolo 1 della Costituzione da parte di un altro sconosciuto onorevole ventriloquo. Ma l’altra Italia che fa, perché non comincia la ribellione? Più che i carabinieri di Asor Rosa (anche se la questione della legalità esiste, eccome) sono i cittadini, a cominciare dai più forti intellettualmente e socialmente, a dover accendere il fuoco della rivolta. O dobbiamo aspettare il postberlusconismo, come aspettarono il postfascismo, per dover leggere che Mussolini aveva interpretato bene il carattere degli italiani, ingovernabili ma servili?

GIANFRANCO LUISI,  ROMA

Caro professore, credo che le cose stiano come lei teme. Leggendo i particolari dell’aggressione all’onorevole Paola Concia e alla psicologa tedesca Ricarda TrautmanLesbiche di m…, ai forni crematori vi debbono mandare…»), mentre le persone guardavano indifferenti, ho avuto davanti agli occhi il quadro dell’Italia di sempre: quella del Risorgimento, quando il sarcastico Giusti descriveva il patriota bastonato da «quattro forsennati a far di sì e dugento citrulli a dir di no»; l’Italia della Grande guerra, dove un popolo di inetti si fece trascinare al macello dei 600mila morti e del milione di mutilati e feriti da una minoranza di pazzi dannunziani e nazionalisti; l’Italia del 28 ottobre 1922, quando una marea di deputati popolari, socialisti, comunisti, radicali, repubblicani ecc. consentì a 30 deputati fascisti, sostenuti da nazionalisti e liberali codardi, di conquistare il governo. (..)
Ma, se si ferma qui, il discorso è sbagliato: come lei dice, non sfuggiremo al nuovo fascismo se la rivolta non verrà da noi stessi, dalla parte non affaristica o egoistica delle imprese, delle università, delle forze armate, del clero, delle professioni, della gioventù, delle donne. Quelle del milione di febbraio, che dicevano: «Se non ora quando».

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