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Prigionie

Posted by innocenso su 05/05/2011

Cari amici, ricorderete che parlai di Natalia Kampusch nel 2006

Apprendo ora con piacere che è uscito un suo libro-testimonianza, dato che “ora si sente abbastanza forte per raccontare la sua storia”.
Vorrei far notare, nello spirito che caratterizza questo blog, alcune frasi dell’intervista comparse qualche giorno fa sul Corsera:
«Mi ha tolto ogni controllo sul mio corpo, mi picchiava in continuazione». (riferita al rapitore). E adesso, si è riappropriata del suo fisico? «Strano. Prima della prigionia, del mio corpo era responsabile mia mamma, dopo se n’è occupato il mio rapitore. Adesso sono io che devo pensare a me stessa, e non mi è facile stabilire se e quanto devo mangiare o capire come vestirmi. «Mi ha ferito il disprezzo, il dileggio, il tentativo di riversare su di me le responsabilità di quanto era successo, le calunnie, i dubbi sulle mie dichiarazioni. La menzogna di quelli che presentavano i fatti in modo peggiore rispetto a come io li ho vissuti. Quelli che hanno fatto insinuazioni sugli aspetti sessuali della mia prigionia parlavano di se stessi, esprimevano le loro fantasie per indurmi a svelare la mia intimità. Certe cose però restano solo mie, sono l’ultimo residuo privato che voglio mantenere per me». Tra le vessazioni quotidiane, i calci, i pugni in testa, i morsi, le prese alla gola, gli spintoni giù dalle scale, la fame, «mi sottopose anche a piccoli abusi sessuali». E ora, quel padre di cui parla pochissimo anche nel libro? «Strano, mio padre è così immaturo, bloccato in uno stadio evolutivo che non corrisponde al mio. Dunque, non abbiamo niente da dirci. Non è mio compito affrontare il suo mancato sviluppo».

Qualche breve considerazione si rende necessaria.

Proviamo a considerare quante situazioni di prigionia vi sono nelle nostre famiglie. Senza che essa venga però chiamata col suo nome. Quando tanti genitori diventano piccoli mister Priklopil. Il controllo sul corpo dei preadolescenti, così invasivo, che non accenna a diminuire, a dispetto della tanto sbandierata “evoluzione dei costumi” e della “educazione sessuale alla libertà”. Basterebbe considerare come si esprimono, ad esempio sulla masturbazione, pediatri di area cattolica. O quanto siano imbevuti i pedagogisti italiani di pensiero teocon.

Inoltre quante volte ci è toccato sentire le insinuazioni di chi aumentava le seppur gravi violenze di tipo sessuale? Nella maggiorparte dei casi, anche di minore gravità rispetto a questo rapimento. Trascurando il fatto che l’enormità del reato-peccato è qui relativa alla prigionia, che tutte le altre sub-violenze riassume in sè. Dovrebbe far riflettere seriamente il fatto che addirittura la vittima di questi trattamenti abbia sentito la necessità di “parzialmente difendere” il proprio carnefice, pur di ristabilire una verità più piena e senza le ossessioni sessuofobiche della nostra società, sempre pronta a identificare la violenza come quella “sessuale” tout-court.

Infine le durissime parole che Natalia esprime in riferimento al padre: il primo che l’ha abbandonata, a causa di una propria immaturità. L’unica persona con cui (e di cui) Natalia non ha voluto parlare, e che nelle sue frasi appare ben peggiore del suo sequestratore. Un insegnamento a gran voce dalla viva voce di questa coraggiosa ragazza che dovrebbe far comprendere quanto infondate siano spesso le paure di genitori che “difendono” le proprie figlie bambine o adolescenti da presunti “orchi”. Dimenticando, per gravissima “stoltezza familistica”, le colpe di una genitorialità malata di incuria e di paure inconfessate.

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