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comunismo d’intenti

Posted by innocenso su 10/12/2006

Cari amici,
ricordate qualche post fa l’allarme lanciato per l’efferata condanna inflitta al webmaster cinese? L’inviato in Cina del corriere della sera, Fabio Cavalera, il 2/12/06 autorevolmente aggiunge altri interessanti commenti, ad evidenziare il re nudo. In particolare quel “senza distinzione di ragioni” ricorda recenti orge legislative europee recenti, al limite dell’incostituzionalità.
Mi sovvengono alcune riflessioni di Alberto Cadoppi che evidenziano il nostro medioevo (chissà quanti anni ci vorranno se mai sarà vinto):

“non sarà infrequente l’esercizio di azioni penali o, comunque, l’effettuazione di indagini, a carico di soggetti che non hanno fatto nulla di male, e che però potranno essere sottoposti alla pena del processo e, quel che è peggio, saranno magari sbattuti in prima pagina come mostri. (..) ad es. se la pornografia minorile avesse avuto rilevanza penale sotto i 14 anni, la stessa repressione penale della detenzione di materiale pornografico (una volta meglio definito meglio tale termine!) sarebbe stata criminologicamente più plausibile. Criminalizzare il possesso di materiale pornografico riguardante diciassettenni, viceversa, appare ictu oculi assurdo, ma soprattutto potenzialmente foriero di lugubri sciagure giudiziarie, in cui potranno incappare ignari sfotunati capri espiatori“.
(dal commentario delle norme contro la violenza sessuale e della legge contro la pedofilia, 3* ediz, cedam, 2002, pag.501)

PECHINO — Parli di sesso e la Cina arrossisce di vergogna. Diventa bacucca e inquisitoria. Eppure la Cina si solluchera con il sesso. Se poi è hard si eccita. I cinesi e le cinesi lo cercano, lo vendono, lo comperano, il sesso. E allora? Un doppiogiochismo spudorato che una condanna all’ergastolo schiaffata a un giovanotto, furbacchione e porcellone, ha finalmente rivelato e sottratto dalle bugie di una eticità perbenista e da esibizione. Merito della sessuologa Li Yinhe, studiosa molto apprezzata della Accademia delle Scienze (il brain trust del governo), se poi si è accesa una disputa pubblica sui tormenti dell’eros. La professoressa è insorta per la pesantezza della pena inflitta al pornoimprenditore — perché paga solo lui? perché c’è una legge mozzateste da vecchio impero? — e si è scagliata contro un moralismo da crociata che è di facciata in quanto dissimula forti e profonde pulsioni collettive. Conclusione: «La Cina non è ancora uscita dal Medioevo del sesso». Boom di discussioni e di battaglie a colpi di e-mail sui blog e sui siti internet.
Gratta-gratta sotto la crosta timidina e impacciata che copre una società sessualmente repressa c’è una pornolandia supergoduriosa e sporcacciona. Però non si svela. Perché è peccato. E—peccato o reato—non lo è soltanto la trasgressione che porta denaro alle triadi mafiose (il che giustificherebbe controlli e mano ultrapesante). Lo è pure la sbirciatina, la scampagnata, la goliardata o il bisogno di un godimento riservato e solitario. L’etica di Stato ultraestremista diventa l’equivalente del bigottismo integralista religioso. Per entrambi la brama di sesso e di erotismo configurano il settimo vizio capitale. Da ergastolo. Senza distinzione di ragioni.
Un luna park di ipocrisie. A scoprire la realtà non ci vuole molto. In ogni angolo della Cina, pensi di entrare dal parrucchiere e ti ritrovi sdraiato nel retrobottega con un paio di signorine o di signorini che anziché barba e capelli ti scombussolano con il massaggio «special». Vai nel negozio di dvd e gli scaffali si aprono come uno scrigno segreto alla James Bond per spalancarti un percorso negli abissi dell’erotismo. Vai in libreria e ti danno di spalluccia per proporti incontri incendiari. Vai al centro benessere più vip e con la scusa della riflessologia ti accompagnano nel paradiso della disinibizione. Vai all’albergo a cinque stelle e con la colazione in camera ti arrivano il menù e il tariffario del kamasutra. Insomma il sesso strapiace offrirlo e riceverlo in tutte le salse ma occorre stare attenti. La Cina, quella in superficie, è vereconda e complessata, quella reale è guardona e lussuriosa. C’è, appunto, una Cina da «Medioevo del sesso » e c’è una Cina hard, a luci rossissime che di Bangkok e Amsterdam si fa un baffo.
In questa baraonda, ogni tanto, resta impallinato lo stupido di turno (il mascalzone vero sfugge) che sconfina nell’eccesso più irritante e si dimentica che il partito, custode della morale e dell’etica di Stato, ha proclamato nel 2004 la «guerra di popolo contro la pornografia».
Il giocattolino, alla fine, a Chen Hiu, gli è crollato. Per colpa di uno spione che un giorno si è impantanato in Rete per trovare il sito di un ospedale che era sparito. (e te pareva, come al solito). Cerca e ricerca ti salta fuori, anziché l’ospedale, il «Pornographic Summer». Allora ha alzato la cornetta del telefono e ha chiamato la polizia: «Lo sapete che…» Chen Hui è andato a sbattere contro l’ergastolo. Condanna esemplare? Condanna giusta? Sessuofobia? Due giorni dopo la professoressa dell’Accademia delle Scienze, suscitando irritazione e sorpresa fra i colleghi politicamente più corretti, si è chiesta: che cosa nasconde la mannaia dei giudici?

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