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l’immagine violentata

Posted by innocenso su 03/08/2006

Dakota stuprata da un pedofilo, così Hollywood infrange il tabù
di Alessandra Vitali

E’ possibile che questo ruolo la porti dritta all’Oscar. Niente male, per una ragazzina di 12 anni. Certo, Shirley Temple ne aveva 8 quando impugnò la statuetta per La mascotte dell’aeroporto. Ma era il 1934, mille secoli fa. Oggi (dopo centinaia di microstar stritolate o sopravvissute, da Brooke Shields a Jodie Foster passando per Macaulay Culkin) l’enfant prodige di Hollywood si chiama Dakota Fanning. Pure lei bionda e molto graziosa ma niente “riccioli d’oro”, smorfiette e scarpine rosa. Lei è abituata a essere rapita dai narcotrafficanti e inseguita dai marziani. E in uno dei suoi prossimi film infrangerà uno dei tabù hollywoodiani più duri a morire, che guai a nominarlo, figuriamoci metterlo in un film: finisce nelle mani di un pedofilo, che abusa di lei. E si vede tutto. Il set è in North Carolina, le riprese sono ricominciate da poche settimane ed è un miracolo. Trovare una società che finanziasse il film non è stato facile, ed è superfluo chiedersi perché. Scritto e diretto da Deborah Kampmeier, nel cast Robin Wright Penn, David Morse e Piper Laurie, The Hounddog – titolo provvisorio – racconta di abusi e violenze nell’America rurale degli anni Sessanta, e di come l’adorazione di un mito, all’epoca fresco di fabbrica, Elvis Presley, possa far tornare alla luce una ragazzina che ha vissuto l’orrore.
La prima scena girata è stata quella dello stupro. Mostrato così com’è, come sarebbe davvero. Ce ne sono altre, terribili, nelle quali la Fanning compare con indosso solo le mutandine. Dopo aver mostrato queste sequenze, all’improvviso i fondi sono “finiti”. Il produttore Jen Gatien, disperato, ha chiesto aiuto a un amico, impresario di varietà a New York, Lawrence Robins. Che ha convinto alcuni “investitori d’emergenza”. E la regista ha ripreso in mano il ciak. La madre della Fanning, Joy, e il suo agente Cindy Osbrink, sono convinte che “non è solo nella scena dello stupro, ma è in tutto il film che Dakota si dimostra una vera attrice. Mai state tanto orgogliose di lei, di sequenza in sequenza”. Balla, anche, e canta, proprio come Elvis. Ma non sarà per questo che il film verrà ricordato (e pubblicizzato). Piccola piccola Dakota, ma con una carriera fatta tutta di colpi giusti. E bravi maestri: “Andare sul set è come frequentare lezioni di cinema. C’è tanto da imparare. Quando ho lavorato con Spielberg – racconta la giovane attrice – era come se prendessi cento lezioni al giorno”. Con Spielberg ci ha lavorato in La guerra dei mondi, era la figlia che Tom Cruise salva dai tripodi ammazzatutti. Ma la storia della diva tascabile comincia prima. Nel teatrino di Conyers, in Georgia, dov’è nata il 23 febbraio del 1994. Talento straordinario, dicevano tutti. E i genitori si convinsero a cercare un agente. Lo trovarono, le procurò un’importante campagna pubblicitaria nazionale, sei settimane a Los Angeles. Lì si fa il cinema, lì la famiglia si trasferì. Una corsa verso il successo. Il debutto in Tomcats (a 7 anni), poi la svolta con Io sono Sam, con Sean Penn e Michelle Pfeiffer. E’ la più giovane nominata per lo Screen Actors Guild Award e si aggiudica il premio riservato ai giovani attori dalla Broadcast Film Critics Association, sbaragliando Haley Joel Osment (Il sesto senso) e Daniel Radcliff (Harry Potter). Seguono Trapped, Sweet Home Alabama, la serie tv Taken diretta da Steven Spielberg, Hansel and Gretel. Tutti nel 2002. Una macchina da guerra. Gli anni successivi, la consacrazione: accanto a Denzel Washington in Men on Fire, poi The Cat in the Hat con Alec Baldwin, poi La guerra dei mondi e, lo scorso anno, Dreamer e Hide and Seek, al fianco di Robert De Niro. In programma, oltre a Hounddog, altri quattro film fra la fine del 2006 e il 2007. Fra un set e l’altro, colleziona bambole, suona il pianoforte, va a cavallo, studia con un tutor. Sul futuro, idee chiare. “E’ bello sapere quel che farai da grande. I miei amici dicono ‘io farò l’astronauta’, ‘io farò l’avvocato’, poi dopo un mese hanno cambiato idea. Invece a me piace pensare che farò questo mestiere per sempre. Fin dal mio primo spot, l’ho capito subito, che volevo fare l’attrice. Amo recitare. E’ così divertente…“.

da Repubblica 22 luglio 2006

La foto sul blog è tratta da theflickchicks. Altre immagini della piccola Fanning: foto 1, foto 2, foto 3, foto 4

Come già dicevamo in un precedente post, quando i genitori non sono censori spesso nascono delle stelle, e qui è commovente verificare le parole della madre della Fanning, Joy.
E la determinazione che si legge nelle parole in fine articolo la dicono lunga sulla capacità delle star fin da quando già minorenni, sono capaci di sfidare i luoghi comuni sull’impossibilità di mostrare “l’inguardabile”.

La cosa più inquietante, alla fine, non è tanto il fatto di vedere quella cosa, ma che qualcuno abbia avuto il coraggio di metterla in scena. (..) L’inguardabile è minacciato. La relativa liberalizzazione dell’immagine si paga con restrizioni che colpiscono altrove, più a monte. (Alberto Pezzotta, L’inguardabile, speciale segnocinema, n.87/1997)

Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini, al di là di qualsiasi valutazione contenutistica, è uno degli esempi più eclatanti dell’andare oltre. I poveri giovincelli protagonisti della pellicola sono costretti a subire violenze, stupri e mutilazioni di ogni genere. (..) Insomma Salò, quando venne distribuito in quel lontano 1975, aveva tutte le carte in regola per disgustare e atterrire. Naturalmente una simile orgia di eccessi non poteva che attirare una bufera di polemiche, che sfociò, quasi immediatamente, in una denuncia per corruzione di minore e nel sequestro della pellicola (Manlio Gomarasca, Il cinema estremo in Italia, speciale segnocinema, n.87/1997, p.18)

Non c’è mai immagine di cosa orribile, che sia tanto orribile come la cosa (Manlio Sgalambro, l’Unità, 16/12/1996)

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