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l’arte del mondo trascura le origini

Posted by innocenso su 19/07/2006

Abu Dhabi 8/7/06 Un nuovo Guggenheim negli Emirati ma senza opere religiose o di nudo

Anche gli Emirati Arabi Uniti avranno un Guggenheim, 500 metri al largo di Abu Dhabi, ma naturalmente senza nudi e altre opere che non si addicono alla cultura islamica. Il museo, che sarà progettato dal celebre architetto americano Frank Gehry, 77 anni, sull’isola naturale di Saadiyat, detta anche l’isola della felicità, su una superficie di 30mila metri quadri, sarà il più grande fra gli altri cinque della Fondazione, a New York, Venezia, Bilbao, Berlino e Las Vegas.
La collezione del nuovo museo Guggenheim Abu Dhabi, per la cui costruzione ci vorranno circa 5 anni e oltre un miliardo di dollari, rappresenterà l’arte contemporanea del mondo intero e avrà un settore speciale per il Medio Oriente. «Tutte le opere rispetteranno la cultura e l’eredità nazionale e islamica di Abu Dhabi», ha sottolineato un comunicato della Fondazione – che ha sede a New York – in occasione della cerimonia della firma, apposta dal presidente dell’Autorità turistica sultano ben Tahnun al-Nayhane e dal direttore della fondazione Thomas Krens, alla presenza il principe ereditario sceicco Mohamed ben Zayed al-Nahyane.
Alla domanda su come conciliare la modernità e l’audacia dell’arte contemporanea rispettando insieme i valori conservatori e ancestrali del mondo islamico, Krens ha risposto che «lo scopo non è provocare un antagonismo, ma di impegnarsi in uno scambio culturale». E ha aggiunto: «Ci sono cose che non facciamo più a New York, perchè giudichiamo inappropriato farle in questa città». «La nudità, le figure e i temi religiosi saranno totalmente esclusi».
Il museo sarà proprietà della Compagnia di Abu Dhabi per lo sviluppo turistico e l’investimento, mentre la Guggenheim si occuperà del programma del museo e delle collezioni.

da RaiNews24 e Repubblica

L’in-vestimento, appunto. Ad esclusione di tutto ciò che nel tempo ha suscitato i maggiori artisti (come la celeberrima “origine del mondo” di Courbet). Beata innocenza o maledetta ignoranza? Eppure…come ha ricordato lo studioso Mughini in “Liberi (anche) grazie al porno” su Panorama del 28/1/05:

Nella letteratura e nell’arte la rappresentazione del sesso, nuda e cruda, ha permesso una conoscenza più vera dell’umano. E siamo tutti un po’ grati a quei «pornografi», che hanno affrontato l’ostilità dei loro contemporanei. Come Moravia, Schiele… Che ci volesse una bella dose di imbecillità per non avere dato il Nobel della letteratura a un Louis-Ferdinand Céline o a un Mario Luzi, o a un Philip Roth, lo sapevamo tutti. Un’imbecillità che adesso si aggrava di un’altra prova a carico, avere scartato Alberto Moravia tra i papabili del Nobel perché troppo «guardone», perché troppo insistente nel percorrere i territori dell’erotismo. Ne ha riferito recentemente sulla Repubblica uno dei sodali dello scrittore romano, Enzo Siciliano, al quale Moravia confidava il suo stupore nel sentirsi dare del «pornografo» dai giurati del Nobel. Ossia nel sentirsi rimproverare una delle sue qualità maggiori, la modernità e la spregiudicatezza nel raccontare personaggi fatti di carne e di
desideri (..). Ma davvero l’interesse alle questioni del sesso, lo spiare gli uomini e le donne nella verità dei loro corpi e dunque dei loro desideri e delle loro ossessioni, può risultare d’ostacolo al risultato letterario di uno scrittore? Solo un imbecille patentato lo può credere. La verità è esattamente all’opposto.
Nella storia dell’arte e della cultura tanto più un autore ha avuto coraggio nell’affrontare quei temi, nell’andare per i territori inusitati della fantasia erotica, nel dire pane al pane di ciò che comincia nella testa dell’uomo e finisce un po’ più giù del suo ombelico, tanto più ne ha guadagnato in rilievo e originalità la sua opera. Senza capire questo, capiresti nulla della letteratura, della pittura, del cinema moderno. E naturalmente in questa chiave vale niente la distinzione tra «erotismo» e «pornografia», che attiene unicamente alla sensibilità di ogni epoca: e difatti appena trenta o quarant’anni fa sarebbe stato definito pornografico molto di ciò che attraverso la tv entra oggi nelle case di tutti gli italiani. A rovesciare i criteri dei giurati del Nobel che bocciarono Moravia, nella storia della cultura «pornografico» è bello. Tanto è vero che da pornografi furono trattati il marchese de Sade, Baudelaire, l’Oscar Wilde di Salomè, il Radiguet del Diavolo in corpo, il Marinetti di Mafarka il futurista, Dalí, Henry Miller, il Nabokov di cui solo un editore francese di letteratura pornografica accettò di pubblicare Lolita, fotografi che hanno fatto la storia della fotografia come Man Ray e Helmut Newton, il Warhol che del «guardare» i corpi maschili e femminili faceva l’alfa e l’omega di ogni sua immaginazione artistica; ma anche il Luchino Visconti di Rocco e i suoi fratelli, un film che ebbe la sua porzione di guai giudiziari. E a non dire di uno dei più bei romanzi della letteratura francese moderna, quell’Histoire d’O che apparve nel 1954 in un’edizione semiclandestina firmata con il «nom de plume» di Pauline Réage e contro il quale tuonò pubblicamente l’arcivescovo di Parigi. Il nostro gusto di moderni, le libertà di noi moderni sono tutte figlie dell’ardire di quei «pornografi», un ardire che loro hanno pagato a prezzo di censure, condanne. È il caso di uno dei più grandi pittori della Secessione viennese, Egon Schiele, un’opera del quale venne distrutta in un’aula di tribunale e lui sbattuto in galera per 24 giorni perché aveva osato rappresentare senza ipocrisie il corpo di un’adolescente. Corpi che oggi fanno data nella storia della sensibilità europea e che si contendono i più grandi musei del mondo (sic). Ai giudici viennesi del 1912 apparivano solo come pornografia, robaccia indegna. Come apparivano pornografia, ancora nei tribunali francesi dei primi anni 50, le opere del marchese de Sade. Come apparivano pornografia ancora all’alba dei 60 i romanzi di Miller, e a ogni buon conto Gian Giacomo Feltrinelli ne fece stampare a Parigi la traduzione di Luciano Bianciardi. Un terreno sul quale l’umanità ha camminato a piccoli passi. La resistenza ad accettare la verità della sessualità, con tutto ciò che essa ha di disordinato ed eccessivo, è stata molto più formidabile di qualsiasi altro conservatorismo politico (..).

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