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giustizie

Posted by innocenso su 19/07/2006


Passaggi da un’intervista davvero interessante di questo personaggio di cui non avevo avuto notizia prima d’ora. Onore al merito!

Stefano Surace, giornalista, scrittore, maestro dell’arte marziale di origine giapponese Ju-Jitsu, in questa intervista parla di alcuni nodi cruciali per la cultura non solo italiana. Si è molto occupato del tema della giustizia, che lo vede artefice da decenni di inchieste molto approfondite. Negli anni 70, per esempio gli riuscì l’exploit di farsi incarcerare volontariamente ben 19 volte, per brevi periodi, in 8 diverse carceri, per poter constatare di persona le condizioni delle prigioni italiane (tra questi anche l’Opg di Aversa).
Famoso il mezzo che usò per riuscire in questa impresa ritenuta “impossibile”: assunse la carica di direttore responsabile del settimanale Le Ore e di altre pubblicazioni di un erotismo assai blando (come sottolineato anche dal quotidiano francese Le Monde) ma che all’epoca induceva varie procure ad emettere ordini di cattura, che Surace utilizzava puntualmente per entrare quando voleva per pochi giorni nelle carceri che gli interessavano. In quelle sue inchieste svelava fra l’altro gli abusi di vari personaggi e oligarchie ai danni dei cittadini, e diversi retroscena come quelli relativi al caso Andreotti, di cui aveva sostenuto fin dall’inizio in un suo libro, contro l’opinione generale, l’estraneità al delitto Pecorelli, poi confermata dalla magistratura. Questa sua attività suscitò nella magistratura una specie di dicotomia, nei suoi riguardi. Mentre alcuni magistrati non nascondevano la loro ammirazione per le sue attività che definivano “di alto valore civile e sociale”, anche nelle sentenze che lo riguardavano, altri invece non sembravano che sognare di metterlo in galera fino alla fine dei suoi giorni. Così quando, seguendo la sua carriera di giornalista e di sportivo si trasferì a Parigi, certi tribunali italiani credettero bene di lanciargli, in sua assenza, una serie di condanne per presunti reati a mezzo stampa per un totale di oltre 18 anni di galera, definitive ed esecutive, facendogli conseguire il record mondiale (almeno del mondo occidentale) per condanne ricevute per quel tipo di reati. Quando tuttavia se ne chiese alla Francia, l’estradizione l’Italia ricevette un netto rifiuto, le autorità d’Oltralpe avendo ritenuto quelle condanne tutte inattendibili, ed anzi coprendo Surace di onori : fra l’altro Chirac lo decorò “per i suoi meriti di giornalista, scrittore, maestro di arti marziali di rinomanza internazionale, formatore dei giovani e creatore di campioni”.Comunque in seguito anche in Italia quelle condanne furono spazzate via da altri magistrati. Surace viveva dunque ormai a Parigi da quasi trent’anni, circondato dalla generale stima, quando, nel 2001, si recò in Italia poiché la madre 92enne, che abitava a Napoli, gli chiedeva di occuparsi di alcune pratiche che ella, data l’età, non era più in grado di seguire. Nella città partenopea venne arrestato in esecuzione di una condanna per traffico di droga che tuttavia, in realtà, non era mai stata emessa. Venuto fuori l’ “errore”, si cercò di trattenerlo comunque in carcere adducendo condanne per suoi articoli pubblicati circa 40 anni prima, tutto ciò suscitò la reazione massiccia della stampa italiana e internazionale, fra cui i quotidiani francesi “Le Monde” (in prima pagina) e “Le Figaro”, il britannico “Guardian” (che definì “kafkiano” il suo caso, nonché come un “affare Dreyfus all’italiana”) dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, della Federazione della stampa, del movimento per i diritti civili di Corbelli, di deputati e senatori dei più diversi partiti – dall’estrema destra all’estrema sinistra – di intellettuali di ogni orientamento politico. Il Presidente della repubblica Ciampi si dichiarò pronto ad emettere un provvedimento di grazia e il capo del Governo Berlusconi sollecitò il ministro della giustizia a promuoverne l’iter ma Surace rifiutò gentilmente, non essendo grazie che preferiva, ma giustizia. E così, sull’onda di questa mobilitazione a suo favore si dovette farlo uscire dal carcere. Siccome però si era creduto bene di sostituire la galera con un altro provvedimento restrittivo che egli riteneva del tutto al di fuori da qualsiasi criterio giuridico, dapprima pubblicò una serie di articoli su vari quotidiani e rilasciò diverse interviste, dopodiché eluse ogni “strettissima sorveglianza” e se ne partì tranquillamente per Parigi dove ancora una volta le autorità francesi respinsero ogni richiesta di estradizione. In una conferenza stampa organizzata al suo arrivo in suo onore da Reporters sans Frontières Surace illustrò, dinanzi ai rappresentanti della stampa mondiale, lo stato della giustizia e della libertà di stampa in Italia. Sicchè certa magistratura italiana si trovò coperta di discredito di fronte all’opinione pubblica internazionale, discredito di cui subisce ancora le pesanti conseguenze. Una settimana dopo questa conferenza di Surace, « Reporters sans Frontières » classificò, quanto a libertà di stampa, l’Italia – fino a quel momento ritenuta un Paese dalle istituzioni correttamente democratiche – al 40° posto nel mondo dietro Benin, Bulgaria e Ecuador, basandosi esplicitamente su quanto da lui rivelato, e l’anno dopo, al 53° posto dietro Ghana, Bosnia-Erzegovina e Bolivia. Attualmente Surace, anche come presidente dell’”Observatoire Européen pour la Justice et la liberté de presse”, segue con interesse l’evoluzione di certe situazioni in Italia.
D.) Lei è noto, tra l’altro, anche per avere spiegato in un libro le ragioni dell’innocenza di Andreotti riguardo al delitto Pecorelli, poi confermata dalla magistratura: può illustrare il perchè di quella sua posizione già all’epoca?
R.) Io sapevo per certo che per il delitto Pecorelli tutti gli elementi portavano in una direzione ben diversa da Andreotti. Pecorelli infatti mi aveva contattato quando ero già in Francia, sul fatto che all’epoca approfittando della mia assenza dall’Italia, certi magistrati avevano avuto la buona idea di lanciarmi condanne per pretesi reati a mezzo stampa per la bellezza di 19 anni di galera. Dopodiché avevano chiesto la mia estradizione in Italia alle autorità francesi che però respinsero la richiesta, anche abbastanza rudemente, senza darmi nessuna noia, senza neppure invitarmi a comparire per interrogarmi, niente.Avevano infatti subito ritenuto inattendibili quelle condanne. Fu un vero smacco a livello internazionale per quelle “autorità” italiane e purtroppo anche per l’Italia.
D.) Anche perchè quelle condanne erano state emesse in contumacia?
R.) Certo, e per il fatto che, nonostante ciò, erano state dichiarate in Italia definitive ed esecutive. Cosa che per il diritto, ed in particolare per il diritto francese, non è ammissibile. Se si emette una condanna in assenza dell’imputato, nel caso che poi costui si presenti spontaneamente o sia catturato, si deve rifare il processo in sua presenza: si tratta di un principio fondamentale del diritto, valido in tutti i Paesi occidentali ma non in Italia. E non a caso, trattandosi di un mezzo particolarmente agevole per realizzare abusi colossali. Basti dire che nelle carceri italiane ci sono oltre 5000 persone che vi sono tenute abusivamente a seguito di condanne “definitive ed esecutive” senza che mai abbiano visto i giudici che li hanno « condannati ». Ciò contro ogni principio del diritto, e malgrado il biasimo e il disprezzo manifestato costantemente dalle magistrature di tutti i paesi occidentali nei confronti della « giustizia » italiana a causa di questo fenomeno, e le continue condanne all’Italia emesse al riguardo della Corte europea dei diritti dell’uomo. Il bello è che la Corte Costituzionale e la Corte di Cassazione italiane hanno sancito nel 1993, con sentenze molto chiare, che la Convenzione europea dei diritti dell’uomo deve considerarsi integralmente legge italiana, che per di più prevale su qualsiasi altra norma italiana che ne sia in contrasto, anche se emessa successivamente. Ebbene, malgrado ciò, si assiste al fenomeno che i tribunali italiani se ne infischiano totalmente del dettato di quelle Corti Supreme, continuando tranquillamente a dichiarare « definitive ed esecutive » condanne emesse in contumacia.
D.) Dunque Pecorelli la contattò. E che successe ?
Siccome il mio caso confermava che qualcosa non andava nella giustizia italiana, mi domandò dunque se avevo altri elementi su questo problema. Gli mandai allora del materiale che dimostrava come certi magistrati (un procuratore capo, uno suo sostituto, e il presidente del tribunale) favorivano dei giri illeciti su larga scala come la pornografia “hard” e certi petrolieri grossi evasori fiscali, e Pecorelli preparò, in base al mio materiale, una campagna su come funziona certa giustizia nel Bel Paese. Partiva appunto dal mio caso, che era lampante, con un articolo di ben 8 pagine sul suo settimanale OP intitolato esplicitamente “Scandalo a Palazzo di Giustizia” in cui accusava fra l’altro quei magistrati di favorire il giro della pornografia hard.
D.) Si trattava di un giro di pornografia pesante, di tipo malavitoso?
R.) Malavitoso o no, era comunque illegale, e la posizione di quei magistrati si trovava fortemente compromessa. Pecorelli tuttavia non sapeva che proprio il suo distributore, aveva interessi nella pornografia hard. Così, quando gli mandò quel numero con l’articolo “Scandalo a Palazzo di Giustizia”, il distributore rifiutò di distribuirlo, ponendo come condizione a Pecorelli per distribuire quel numero, che lo ristampasse togliendo quell’articolo. Pecorelli “obtorto collo”, non avendo altra scelta sul momento, stette in apparenza al gioco, ristampando senza l’articolo il numero, che così venne distribuito. Intanto però si accordò con un altro distributore, e inserì l’articolo “Scandalo a Palazzo di giustizia” nel primo numero che doveva essere diffuso da questo. Ma quel nuovo numero con l’articolo che “non s’aveva a pubblicare” non venne mai distribuito, per la semplice ragione che Pecorelli fu tempestivamente ucciso da un killer .
D.) Quindi per lei ci fu una istantanea reazione di causa-effetto, in quel marzo 1979?
R.) Sono i fatti che lo dicono, così rilasciai subito delle dichiarazioni in tal senso al Corriere della Sera indicando quella traccia precisa. Che tuttavia ci si guardò bene dal seguire, dirigendo invece tutto su Andreotti.
D.) Signor Surace, un suo interesse costante è stato quello della salvaguardia dei diritti umani, anche nelle carceri. Ultimamente ha dichiarato che ci sono ragioni per cui un’amnistia in Italia sarebbe non una concessione ma un atto dovuto: può spiegare le motivazioni di questa sua posizione?
R.) Il fatto è che l’Italia si trova in una situazione di assoluta illegalità nei riguardi dei detenuti. Certo i detenuti si trovano in carcere perchè si ritiene che abbiano violato la legge, ma il paradosso è che innanzitutto a violare la legge e la Costituzione è proprio lo Stato italiano, visto che sottopone i cittadini che si trovano nelle carceri a pene in realtà ben più pesanti di quelle permesse dalla legge e dalla Costituzione. Queste infatti impongono che le pene devono essere eseguite in condizioni tali da favorire il reinserimento del detenuto nella società, e che dunque innanzitutto non calpestino la dignità umana. Sicché si potrebbe dire che scontare una pena nelle condizioni attuali è in realtà come scontarne illegalmente il doppio. Per cui abbreviarla non è un concessione ma un dovere di giustizia, di equità. E l’unico modo per abbreviarla nelle condizioni attuali è appunto l’amnistia, visto che è evidentemente impossibile adeguare in tempi brevi le condizioni nelle carceri. A causa della suddetta situazione, lo Stato italiano è esposto ad essere accusato davanti ad un Tribunale Internazionale, ma paradossalmente nessuno lo faceva. Erano in tanti a parlare di amnistia, di “ battersi per carceri umane”, ma non toccavano questo punto. L’ho allora toccato io con vari articoli e dichiarazioni alla stampa, e ho visto che in seguito se ne è fatto eco due o tre volte Pannella il quale ha affermato (cito testualmente): « il comportamento criminale dello Stato italiano diventa da tribunale penale internazionale e l’Italia resta in una situazione di flagrante criminalità. C’è un dovere, un obbligo di interrompere questo reato ». Solo che ha subito dopo dimenticato di passare dalle parole ai fatti, e cioè denunciare certe “autorità” italiane davanti a un tribunale internazionale. Vero che fra il dire e il fare. In seguito perfino il cardinale Martino, che presiede il Consiglio vaticano di giustizia e pace, ha dichiarato a proposito dell’amnistia, su incarico del Papa (cito ancora testualmente) : « Una cosa è la pena secondo giustizia, e un’altra è una pena che viola i diritti. La pena è privazione della libertà e dal legislatore è concepita come riabilitativa. Ma se è scontata in condizioni disumane, coma avviene in Italia, alla privazione della libertà si accompagna ogni possibile vessazione. Invece di fare riabilitazione si scatena la ferocia ».
D.) Si sa che lei si trova molto bene a Parigi. Ma non vi si sente un po’ in esilio?
Esilio? Niente affatto. A Parigi ci venni a suo tempo volontariamente, e ci sono come a casa mia. Anzi, se permette, infinitamente meglio che in quella che dovrebbe essere casa mia, cioè l’Italia. A Parigi mi hanno colmato di onori proprio quando in Italia si faceva di tutto per “catturarmi”. Comunque non ho dimenticato l’Italia e le infinite battaglie che vi ho fatto per migliorarne certi aspetti degradanti per un popolo di altissima civiltà quale è l’italiano. Naturalmente ci vado quando voglio, non riconoscendo a nessuno il diritto di impedirmi arbitrariamente di metter piede nella terra in cui sono nato, e per la quale mi sono tanto battuto per decenni. Per esempio nel 1994, quando c’erano ancora in piedi quelle volenterose condanne abusive per 18 anni di galera, ho arbitrato per due giorni interi, al Palasport di Rimini, le semifinali e la finale della Coppa del mondo WBI di Ju-Jitsu, davanti a 10.000 spettatori e alle telecamere. Vero che c’erano con me i miei fedeli assistenti francesi e italiani, tutti campioni di Ju Jitsu, e che quei diecimila spettatori erano tutti praticanti di arti marziali. Sicché se si fosse provato ad arrestarmi non sarebbe bastato un battaglione di poliziotti. .

da un’intervista curata da Antonella Ricciardi, 2-3 luglio 2006 sul corriere di Aversa e Giugliano

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