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incontinenza religiosa

Posted by innocenso su 12/12/2005

di Barbara Spinelli

Quando il contrasto tra esigenze e opinioni diverse viene vissuto come sconfitta, quando smette di esser visto come un elemento che feconda le democrazie e si comincia a giudicarlo mortifero, quando lo si vuol sradicare per non averlo saputo governare, fa apparizione nella storia europea quello che Karl Popper ha chiamato – dandogli un colore negativo – mito della cornice. L’incontro con chi la pensa in modo differente dal mio o ha bisogni diversi dai miei diventa impossibile e minaccioso, se tra me e l’altro non pre-esiste una cornice comune di valori che hanno il proprio fondamento non solo nelle leggi, nelle costituzioni, nella politica, ma essenzialmente nella cultura e nella religione. Ma la cornice deve fondarsi su valori non prevaricatori da parte di una maggioranza o una religione. Il rispetto dell’altro non è negoziabile e tuttavia va sempre ridiscusso e riorganizzato, se si vuole che il nemico della società aperta (il cannibale descritto da Popper) sia persuaso. Chi mitizza la cornice vede in essa qualcosa di eternamente statico, fondato esclusivamente sul vocabolario ultimo di Dio (o meglio: sull’idea che ci si fa del vocabolario ultimo di Dio). Per costoro, cultura e religione prevalgono su costituzioni e leggi, come cemento destinato a tenere assieme gli individui, gli Stati, e quell’insieme di nazioni che hanno deciso di fondare un’unità superiore come accade nell’Unione europea.
Va da sé che cultura e religione sono, in simili casi, quelle di chi auspica la cornice intesa come prevaricazione: in Occidente sono la cultura e la religione cristiane, considerate uniche vere garanti delle unità nazionali e sovranazionali. Va da sé che i garanti in questione si sentono chiamati a far politica al posto dei politici classici, e non solo si sentono chiamati ma giustificati: senza la loro continua interferenza, il politico d’oggi non saprebbe che dire, come decidere. È così che le correnti dell’ortodossia radicale cristiana (gli evangelicali da cui sono scaturiti i theo-con) hanno preso il potere negli Stati Uniti, stringendo un’alleanza con Bush e lanciandosi con lui in una guerra mondiale tra culture. Lo stesso accade ultimamente in alcuni paesi dell’Unione europea, specie in Italia e Polonia. In ambedue i casi siamo di fronte a una variante dei fondamentalismi musulmani e anche ebraici. Una variante meno violenta ma che alla lunga può avere effetti nefasti, sulle religiosità individuali e sulla Chiesa stessa. Una variante che s’esprime in forme d’incontinenza patologica, a giudicare dalla sistematicità con cui la religione viene mescolata alla cosa pubblica.
I promotori della cornice prevaricatrice sono in Italia parti importanti del clero, a cominciare dalla Conferenza episcopale e dal suo presidente Ruini. In Polonia è la maggioranza politica guidata dai fratelli Kaczynski a esigere che l’Unione europea accetti l’incontinenza cattolica polacca come comune e uniforme tavola delle leggi. Al patriottismo costituzionale, che l’Europa voleva darsi e che avrebbe fatto fallimento a seguito dei referendum in Francia e Olanda, occorrerebbe ora sostituire un patriottismo cristiano, di carattere culturale. Forse vale la pena ricordare che il patriottismo costituzionale non è un’invenzione delle sinistra e di Habermas. Fu coniato dal filosofo Dolf Sternberger – antinazista, conservatore – in un articolo sulla Frankfurter Allgemeine del 23-5-1979.
In Italia va sempre più crescendo, quest’interferenza di parte del clero nella politica e nelle deliberazioni dei partiti, di governo e d’opposizione. È un immischiarsi ormai quasi quotidiano: nelle leggi e nei referendum sulla fecondazione assistita come sulla devoluzione, nelle procedure che regolano l’interruzione della gravidanza come nelle riforme costituzionali, nelle unioni di fatto come nell’uso giudiziario delle intercettazioni telefoniche e perfino nella scelta di chi dirige la Banca d’Italia. Il giurista Gustavo Zagrebelsky ha descritto con preoccupazione quest’attacco ai fondamenti laici della costituzione italiana, dovuta a due fattori concomitanti: l’indebolirsi della separazione fra politica e religione che il Concilio Vaticano II aveva sancito, e lo svuotarsi del preambolo sulla laicità della costituzione. È per questa via, secondo Zagrebelsky, che alcuni in Vaticano vorrebbero trasformare il cattolicesimo in religione civile, come in America. Costoro si sentono giustificati a intervenire nella politica perché giudicano la politica priva di idee integratrici forti (la Repubblica, 25-11-2005).
La scarsa legittimazione del potere politico e il venir meno di un partito cattolico è all’origine di quest’intromissione di parti consistenti del clero nella politica italiana: un’intromissione che avviene all’insegna della dismisura, che è ormai interferenza diretta perché non più mediata dalla Dc, e che al tempo stesso è profondamente selettiva. Il potere ha bisogno di sentirsi legittimato da autorità religiose perché in fondo si ritiene delegittimato: questo è vero non solo per Berlusconi ma anche per gli eredi del Pci (i Ds), per Rifondazione di Bertinotti, e per quei cattolici che pur essendo minoritari nei due schieramenti aspirano all’egemonia culturale. Ma anche i rappresentanti della Cei credono di avere bisogno della politica, per conquistarsi una legittimazione. L’esasperata ansia di rendere la Chiesa politicamente visibile rivela una condizione di sfinimento, di non-autosufficienza. La Chiesa come la vede Ruini non si sente abbastanza profetica, e per questo si erge a Chiesa del potere quasi senza accorgersi che nello stesso momento in cui ha l’impressione di ergersi, si degrada. È una Chiesa che non riesce a evangelizzare, che cerca le stampelle nei palazzi politici e che si trasforma in lobby, assetata di esenzioni fiscali e privilegi come altre lobby. È una Chiesa che riduce la religione all’etica, ma che nelle stesse battaglie morali si mostra oscuramente selettiva. La lobby ha i suoi rappresentanti nella Conferenza episcopale e in uomini come Lorenzo Ornaghi, già allievo-consigliere dell’ideologo leghista Gianfranco Miglio, oggi consigliere di Benedetto XVI e rettore della Cattolica (un articolo illuminante è apparso ieri su questo giornale, firmato da Giacomo Galeazzi), e l’etica è da essa usata in funzione di quel che si prefigge come lobby. Pronta a battersi su embrioni o aborto, il suo silenzio è totale sulla morale del politico: sulla corruzione, la mafia, il crimine che si mescola al potere, la Conferenza episcopale è muta, abissalmente. Le parole violente di Giovanni Paolo II contro la mafia – il Convertitevi! lanciato nella valle dei templi ad Agrigento dodici anni fa – è da anni introvabile nel sito internet del Vaticano.
Questa debolezza del cristianesimo che si nasconde dietro l’affermazione di un potere politico non unisce la Chiesa ma la lacera, oltre a minare la religiosità delle coscienze. Le iniziative ecumeniche di Assisi sono messe in forse dalla decisione di togliere l’autonomia alla basilica. Esperienze non ortodosse faticano a esistere. Ed è significativo l’allarme accorato, forte, con cui uomini della Chiesa reagiscono alla sua trasformazione in lobby. È il caso di Monsignor Casale, arcivescovo emerito di Foggia. In un’intervista al Corriere del 25 novembre, Casale insorge contro la benedizione impartita dal vescovo Fisichella a Casini: «Torna con insistenza una concezione della cristianità che il Concilio ci aveva fatto superare, l’idea della Chiesa difesa da uno Stato che ne tutela i valori. Ma noi dovremo esser difesi solo dalla parola di Dio».
La Conferenza episcopale che promuove partiti, candidati: secondo Casale, molti tra coloro che guidano la Chiesa «fanno un’opera di supplenza che sta diventando eccessiva e pericolosa», e che provocherà possenti reazioni anticlericali. Tanto più che l’interventismo è, appunto, selettivo: la Chiesa interviene su embrioni «ma non si occupa dei bambini che muoiono di fame o non hanno né casa né scuola, della giustizia sociale, della pace». Così come è concepita da parte dei propri vertici, la Chiesa «si ritira nelle trincee dell’Occidente» e si fa fondamentalista, pur di fuggire i nuovi compiti connessi alla propria debolezza. È una linea di condotta pericolosa: per la religione, la Chiesa, la politica. E lo è anche per l’Europa, perché il mito della cornice prevaricatrice tende a escludere chi la pensa e crede in modo diverso, e rischia di sfociare in guerre tra culture. Guerre tra culture e religioni che l’Europa ha conosciuto in passato, e cui nel secolo scorso ha tentato di rispondere con una Comunità che per definizione è incompatibile con una cultura religiosa omogenea. L’Europa ha certo radici cristiane ma il suo patriottismo difficilmente potrà essere altro che costituzionale, essendo plurale.
Ha detto giustamente lo storico delle religioni Jeffrey Stout, nel suo bel libro su Democrazia e Tradizione, che il problema non è di sapere se le Chiese possono o non possono esprimere con forza le loro opinioni su temi delicati come aborto, fecondazione artificiale, divorzio. La libertà d’opinione e di religione consente a ciascuno di dire la propria convinzione. Viviamo in società dove la politica è stata secolarizzata dal XVII secolo, ma questa secolarizzazione obiettiva non si identifica in alcun modo con le dottrine secolariste che bandiscono la religione dalla conversazione cittadina. Il problema non nasce a causa dei temi di società su cui parte delle gerarchie ecclesiastiche intervengono sistematicamente, e non concerne neppure il loro diritto a parlare. Il problema sono gli interlocutori e gli alleati che tali gerarchie si scelgono: e gli interlocutori non sono le coscienze dei singoli, ma i poteri politici su cui si esercitano pressioni. Il problema è l’aspirazione a imporre una comune cornice basata sulla religione a società obiettivamente plurali, nelle nazioni e anche nell’Unione europea. È un’aspirazione che Stout considera del tutto irrealistica, solo ideologica, a meno di non optare per una coercizione che il cristianesimo ormai da secoli respinge (Jeffrey Stout, Democracy and Tradition, Princeton 2004).
Per una parte della Chiesa – e pensiamo qui al clero polacco – l’Unione europea è invisa proprio per questo: perché con la sua pluralità, con l’indispensabile secolarizzazione della sua politica, l’Europa è incompatibile con il mito di una cornice cristiana imposta a tutti. Il potere di lobby, le Conferenze episcopali locali lo esercitano meglio dentro gli Stati, restando per il resto, come in Polonia, uniche depositarie di un’autorità universalista. La difesa della cultura religiosa rischia di non differenziarsi molto, in simili casi, dalla difesa di un’etnia. Anche questa difficoltà di accettare l’Europa laica e plurale, da parte di alcuni frammenti del cattolicesimo, è un problema per la Chiesa tutta intera. Il pericolo che essa corre è l’affievolirsi delle fedi, l’emergere di un anticlericalismo vero, lo spreco di un patrimonio universalista impareggiabile, e lo stesso vocabolario ultimo delle Sacre Scritture.

da La Stampa del 27 novembre 2005, pag. 1

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