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quando un’errata paura uccide

Posted by innocenso su 22/11/2005

APCOM 21/11/2005 Houston (Texas)
USA, giustiziato: dopo 12 anni si scopre che era innocente
Dodici anni dopo essere stato giustiziato, Roben Cantu è stato scagionato dall’unico testimone e dal coimputato nell’omicidio per rapina commesso nove anni prima, quando il condannato a morte aveva soltanto 17 anni.
Juan Moreno, il testimone, ha dichiarato al giornale Houston Chronicle che il giovane Cantu non era presente la notte in cui un uomo è stato ucciso per tentativo di rapina.
Roben Cantù si è sempre proclamato innocente, fino a quando il 24 agosto del 1993 è stato giustiziato all’età di 26 anni.
Anche il coimputato al processo, l’allora quindicenne David Garza, ha scagionato Cantu. “E’ stato ucciso per qualcosa che non aveva commesso: il Texas ha assassinato una persona innocente” ha detto Garza, che ha recentemente firmato una deposizione giurata nella quale dichiara di aver consentito che il suo amico fosse accusato sebbene Cantu non fosse con lui la notte dell’omicidio.

E ora…state attenti alle motivazioni (che non trovate nella maggiorparte delle agenzie italiane):

Moreno dichiara di aver accusato l’amico diciassettenne perchè intimorito dalle autorità che premevano su di lui (http://www.chron.com/disp/story.mpl/ap/nation/3473887.html)

Praticamente: ancora una volta è la paura che ha generato un mostro! (vedi post del 18.11.05 oppure nella notizia che segue del 1999).

29 OTT 1999 U.S.A./CAROLINA DEL SUD: SPUNTA VERA COLPEVOLE, BOIA FERMATO IN EXTREMIS L’iniezione letale era gia’ pronta quando una confessione inattesa ha fermato il boia all’ultimo momento. Connie Hess, di 32 anni, sostiene di essere la vera colpevole di un omicidio per il quale e’ stato condannato a morte un suo amico, Richard Johnson, di 36 anni. L’esecuzione di Johnson, che era in programma per le 18 di questa sera (mezzanotte in Italia) e’ stata sospesa. La corte suprema della Carolina del Sud si e’ impegnata a esaminare il caso entro il 10 novembre. ”E’ un passo nella direzione giusta – ha dichiarato il difensore John Blume – ma Johnson non e’ ancora salvo. Speriamo di ottenere la revisione del processo”.”Le prove su cui e’ fondata la condanna sono credibili – ha risposto il pubblico ministero Charlie Condon – ma vogliamo che ogni dubbio sia eliminato prima dell’esecuzione”. Thelma Blue, la madre dell’uomo assassinato, ha chiesto al governatore John Hodges di risparmiare la vita di Johnson. ”Non voglio – ha detto fra le lacrime – che un uomo forse innocente debba morire”. Durante il processo ho mentito perche’ avevo paura di finire sulla sedia elettrica. Johnson e’ innocente. Il padrone del camper non e’ stato ucciso da lui, ma da Curtis Harbert”. La lettera e’ stata spedita da un manicomio nel Nebraska dove Connie Hess e’ ricoverata. Si puo’ credere alla confessione tardiva di una inferma di mente? Connie e’ stata presa sul serio quando la sua testimonianza ha fatto condannare Johnson a morte. Ma ora che vorrebbe salvarlo, forse e’ troppo tardi.

Una Risposta to “quando un’errata paura uccide”

  1. g.s. said

    Quelli che non mollarono

    • da Tuttolibri del 26 novembre 2005, pag. 8

    di Angelo d’Orsi

    Nel 1925 in Italia si giocò l’ultima partita fra libertà e tirannide. Avrebbe vinto Mussolini, mettendo in mora lo Stato liberale per un ventennio, ma l’antifascismo, a prezzo di sacrifici enormi, seminò e anche se la Resistenza armata, nel ’43-’45, non sarebbe stata la sua prosecuzione, certo ne avrebbe tratto incitamento e linfa. Furono eroiche minoranze quelle che tentarono, con mezzi scarsi e nessuna professionalità della lotta clandestina, di opporsi alla devastazione delle istituzioni liberali, al conculcamento dei più elementari diritti civili e politici, alla violenza cieca di un movimento che stava, con la complicità della Monarchia, dell’esercito, della magistratura (con pochissime, lodevoli eccezioni), trasformandosi in regime.

    Una delle ultime battaglie fu condotta da un manipolo di coraggiosi nella Firenze in cui esercitava il suo magistero quegli che era una delle poche personalità di respiro internazionale della cultura italiana, Gaetano Salvemini. Oppositore intransigente al fascismo, Salvemini cominciò a subire minacce e vessazioni nel suo lavoro di docente di Storia all’Università di Firenze, al punto da essere costretto alle dimissioni, per salvaguardare prima che l’incolumità fisica, la dignità del proprio insegnamento, che per lui era una autentica missione di verità. Ma accanto all’amore per la ricerca, in Salvemini viveva una fortissima passione politica, che nel momento della crisi finale della libertà italiana lo indusse ad associarsi ad altri, come Ernesto Rossi, Nello Traquandi, i fratelli Rosselli, a tentare un’azione di disturbo nei confronti della marcia trionfale del fascismo.

    Ne nacque il Non Mollare, “primo esperimento di giornalismo clandestino in epoca fascista”, come osserva Mimmo Franzinelli, curatore di una preziosa ristampa anastatica del foglio, con le note (almeno agli specialisti) prefazioni di Salvemini, Rossi e Calamandrei. Il giornale stampato alla macchia, in 1500 esemplari, distribuito di mano in mano (“Chi riceve il bollettino è moralmente impegnato a farlo circolare”, si legge in testata), ebbe la sua ragion d’essere nella voglia di smascherare le infinite menzogne del nascente regime, sia pure a pochi, impegnati però a diventar portavoce di quel che leggevano, in una vera e propria catena di verità, che da Firenze giungeva alla Milano di Parri e Bauer.

    Il giornale, il cui titolo era un invito pressante a non rassegnarsi ideato da Nello Rosselli, era una serie puntuale di denunce, spesso condite di sarcasmo, delle malefatte fasciste. Contro l’accomodante silenzio dei più, contro il rinunciatario perbenismo dei benpensanti, la pattuglia fiorentina sfidò la sorte, impavida, a dispetto di un clima persecutorio.

    Il Non Mollare stampò e distribuì ben 22 numeri, tra il gennaio e l’ottobre del ’25. La lettura non facilissima, trattandosi, come in un paio di precedenti edizioni degli Anni Sessanta, di un reprint di fogli malstampati e fortunosamente salvati – è davvero istruttiva. Ne emerge la miseria di quella che si candidava ad essere classe dirigente dell’Italia in camicia nera: tanti signor nessuno che si facevano strada con manganello, revolver e olio di ricino, protetti da una vergognosa immunità.

    Sbaglierebbe però chi ritenesse che si tratti di un giornaletto di satira antiregime. Il lavoro svolto dal Non Mollare fu invece quello di una forte, precisa documentazione: una vera e propria controinformazione rispetto alle voci allineate e coperte di un giornalismo corrivo al potere. Una lezione oggi più che mai attuale. Contro i regimi l’antidoto più efficace è la verità. Ma la verità ha un prezzo, che può essere anche altissimo: fra gli artefici del Non Mollare, Salvemini dové rinunciare alla cattedra e fu vergognosamente trattato dai suoi colleghi universitari, espatriando, dopo essersi fortunosamente sottratto agli scherani del duce; Rossi e Traquandi passarono lunghi anni fra carcere e confino; sui Rosselli si abbatté, nel ’37, la vendetta di Mussolini, trucidati da sicari francesi; Dino Vannucci anch’egli scampato per poco alla furia degli squadristi, riuscì ad espatriare; Poggi e Ramorino se la cavarono con un regime di sorveglianza speciale, mentre Calamandrei passò indenne la tempesta; assai peggio andò a Giovanni Becciolini, impiegato, Gustavo Console, avvocato, e Gaetano Pilati, operaio socialista, eletto alla Camera nel ’19, trucidati barbaramente dalle camicie nere.

    Il processo finì in una burla, come tutti quelli che durante il Ventennio videro imputati i fascisti. Nomi – tranne, i Rosselli, Salvemini, Calamandrei e Rossi – caduti ingiustamente nel cono d’ombra della storia, mentre andrebbero ricordati ogni giorno, e non solo nelle ricorrenze, come questa degli 80 anni dal “Bollettino d’informazioni durante il “regime fascista”: autentici eroi della libertà.

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